Cerca nel blog

Collaboratori smartiani

Labels

Copyright by Adele Iasimone e Laura Solla. Powered by Blogger.

Featured Posts

Social Networks

About us

Recent Posts

Video of the Day

Flickr Images

Like us on Facebook

Most Trending

Popular Posts

Visualizzazione post con etichetta musei. Mostra tutti i post

Arte urbana e tecnologie: la street art si trasforma in animazione digitale



Qual è l'ultimo museo che avete visitato Milano?
Se cercate qualcosa di alternativo e all'aperto, il MAUA, il Museo di Arte Urbana Aumentata è quello che fa per voi!
Qui, smartphone alla mano, murales, stencil, poster e collage si trasformano grazie ad animazioni digitali in opere in 3D.

Per inseguire l'avventura, ovvero visitare MAUA:
  •  scarica l'app Bepart;
  • controlla la mappa del museo, disponibile anche sul sito streetartfactory.eu e in formato cartaeco presso Base Milano e gli Infopoint della città;
  • seleziona le opere di tuo interesse per costruire il tuo tour;
  • segui la mappa per trovare l'opera,
  • inquadrala e seguila in un'altra dimensione!
  • Volendo puoi condividere l'esperienza sui social e usare gli hashtag: #maua, #museoarteurbanaaumentata e #realtaaumentata



MAUA nasce anche come esperimento di curatela diffusa: le opere sono state infatti selezionate dagli stessi abitanti dei quartieri che le ospitano. 
Diversi incontri e discussioni sul significato e il loro valore per le strade della città percepito dai cittadini hanno portato alla selezione delle opere "museali". Successivamente queste sono state trasformate da animation designer.



I quartieri di periferia Giambellino-Lorenteggio, Adriano-Padova-Rizzoli, Corvetto-Chiaravalle-Porto di Mare, Niguarda-Bovisa e QT8-Gallaratese ospitano per il momento oltre 200 opere di streetart.
Il progetto "Milano Città Aumentata" è stato selezionato tra i vincitori  del "Bando alle Periferie" promosso  dal Comune di Miano per valorizzare questi quartieri della città. Il Museo nasce da una rete che coinvolge Bepart e altre sei realtà territoriali: BASE Milano, Avanzi – Sostenibilità per Azioni, Terre di Mezzo, scuola CFP Bauer, PUSH. e la Fondazione Arrigo e Pia Pini.
 
Cosa ne pensano le sm-Art People?
È un progetto che ci piace perchè coinvolge le persone e le spinge a pensare al proprio quartiere come un spazio da visitare, da rendere interessante e curioso.
Non solo, l'arte e le città sono anche un luogo di denuncia, di coinvolgimento sociale per il miglioramento della collettività. Che questo possa avvenire in un contesto chiamato "museo" ci fa sperare nel coinvolgimento culturale delle comunità urbane.
Allora buon lavoro al Maua e ci vediamo, smartphone in mano e mente aperta, ad osservare e ripensare ai racconti sui muri delle nostre città!

 Photo: corriere.it

Chiusura e devastazione culturale a Giulianova: re-agiamo?


Giulianova (TE). Nel silenzio chiudono le strutture culturali cittadine per mancanze di fondi. Sui social media si alzano le proteste dei cittadini che denunciano la chiusura nel silenzio e un'offerta culturale distrutta per i cittadini e i turisti che con la bella stagione arriveranno in città. 
Riprendiamo le parole della storica dell'arte Emanuela Amadio, cittadina di Giulianova, che sta cercando di sensibilizzare le persone affinchè si possa proporre qualcosa di fattibile, qualcosa di concreto.


Che ne sarà della cultura a Giulianova?
La biblioteca Bindi, la Gipsoteca Pagliaccetti, la Cappella de' Bartolomei, il Museo archeologico e casa Braga chiuderanno tra pochi giorni. 
Il motivo? I dipendenti della cooperativa Il Volo che da anni gestiscono le strutture, garantendo una doverosa offerta culturale a chi vive e visita il centro storico di Giulianova, non percepiscono stipendio da 5 mesi e l'amministrazione comunale non è in grado di garantire fondi con continuità.
Saranno in molti a non accorgersi di questa battuta d'arresto.
Si sa, il non-pubblico dei musei e degli enti culturali è di gran lunga superiore a chi la cultura la vive ogni giorno, direttamente o di riflesso.
I primi interrogativi se li porranno i turisti, questa estate, passeggiando per un centro storico senza storia, che non ha più voce per parlare dei suoi illustri personaggi: di Bindi, che ha donato alla sua città natale una raccolta di libri e di dipinti della scuola di Posillipo, di Gaetano Braga, violoncellista di talento emigrato a Parigi, di Raffaello Pagliaccetti, l'ennesimo artista che ha sbarcato il lunario fuori dai confini regionali, lavorando a Firenze, accanto ai maggiori scultori veristi dell’Ottocento.

Una città che rinuncia agli operatori che promuovono e divulgano il patrimonio culturale è una città vuota, un packaging senza contenuto.

Certo, potremmo mettere a tacere il problema guardando il via vai di gente nel fine settimana o durante le iniziative enogastronomiche che da qualche anno allietano turisti e giuliesi.
Ai tanti giovani gestori delle attività in centro storico va l'indiscusso merito di aver rivitalizzato il cuore di Giulianova e di aver cancellato le sottili differenze tra chi frequenta la Spiaggia e chi abita il Paese con la buona musica, un calice di vino e tanti sorrisi.
Un centro storico vissuto è la più grande delle risorse in un periodo in cui le aree metropolitane hanno sufficiente appeal per attrarre migliaia di abitanti dai piccoli borghi. Un centro storico vissuto, per davvero, è un’impresa che richiede sinergia. Gli operatori culturali possono dare un valore aggiunto, poiché rinsaldano il legame tra gli spazi urbani e i cittadini, tra il passato e il presente, fornendo una chiave di lettura indispensabile per la comprensione dei luoghi e della storia.

E invece siamo qui a scongiurare la chiusura del Polo museale civico e di una biblioteca storica, sperando che tra un bilancio e un taglio alla spesa pubblica si trovi il modo per garantire un servizio di primaria importanza per la città.

Rinunciare alla cultura equivale a guardare le nuove generazioni crescere senza legami solidi con i luoghi che frequentano, per le quali il senso d'appartenenza si riduce alla fede calcistica e a quattro ombrelloni nelle domeniche d'agosto. Rinunciare alla cultura è un atto di violenza verso le nostre radici culturali, che ci forniscono l’unico buon motivo per restare, in un momento storico in cui il verbo più ricorrente è partire.

Una città senza passato è una città senza futuro.

Non serve indignazione, serve re-azione. Abbiamo bisogno di proposte e soluzioni per la nostra città, proposte che restituiscano dignità al lavoro nel settore dei beni culturali.

Le sm-Art People supportano la mobilitazione con i loro mezzi, perché tutte le nostre realtà sono a rischio di trasformarsi in una Giulianova. 
Uniamoci e re-agiamo, dimostriamo che della Cultura importa ancora a qualcuno.
Condividete questo appello e creiamo un canale di scambio per fornire informazioni, idee spunti e speranze ad una realtà che si sta diffondendo sempre più. 

Si tratta di un appello per la cultura da parte di tutti coloro che la amano e vivono di essa. 
#Smartiani uniamoci in questa battaglia. 


Cinema holliwoodiano alla turca: l'idea smartiana del Museo Civico di Bagnacavallo (RA)



Questo post doveva essere il resoconto di un finissage al Museo civico delle Cappuccine di Bagnacavallo (RA), dedicato alla mostra Cult Hollywood movies, as Ottoman miniatures, dell'artista Murat Palta. 
Da smartiana, però, divorando il catalogo in un paio di ore , ho pensato che l'artista e la mostra meritavano una riflessione più accurata. 
Murat Palta è un giovane talento turco, classe 1990, laureato in Grafica e Design alla Dulmlupinar University. Appassionato di cinema americano e profondo conoscitore della miniatura ottomana del 1500, ha creato un'arte che concilia l'Oriente ed Occidente attraversando tempo e spazio.
Ed io lo incontro proprio nel territorio che da secoli ospita l'Oriente della capitale bizantina e l'Occidente della capitale romana: la provincia di Ravenna. 
Il tessuto che si intreccia nei lavori di Palta va indagato da diversi punti di vista: quello storico, quello tecnico e quello creativo. 

Nel primo caso si tratta di una sorta di "manierismo della miniatura", ossia una rivisitazione alla maniera miniaturistica delle scene 
cult di film contemporanei. Palta realizza le scene come se fossero accadute nel 1500, in contesti che diventato atemporali. 
La storia dei sultani orientali (vedi il Marlon Brando de Il Padrino che diventa il sultano Mustafa III) e le imprese tratte dal Libro dei Re (Isfandar diventa Terinator II con tanto di spavaldi occhiali da sole) si trasformano in locandine alternative dei film che hanno segnato la nostra storia o addirittura in una sorta di trailer bidimensionali (notate il sovrapporsi di scene-simbolo in Shining). 

M.Palta, Il Padrino
Mustafa III




M.Palta, Terminator II
     
  

M.Palta, Shining













Dal punto di vista tecnico, l'artista realizza le sue opere riguardando alla tecnica e alla simbologia dei manoscritti a cui fa riferimento (Libro dei Re,  Libro delle imprese di Salomone). Formidabile è la riproposizione di Uma Thurman in Kill Bill come la danzatrice del Libro di Levni o l'apparizione dello Yoda di Guerre Stellari in piccole nuvolette proprio come i profeti dello Hubename. 
Ciò che poi contraddistingue l'abilità tecnica è la perizia nel disegno delle trame dei tessuti e degli apparati decorativi, tipicamente orientali con motivi floreali, vegetali e il predominio degli elementi architettonici. Tutto a confermare l' horror vacui che era tipico dei miniaturisti orientali del XVI secolo. 
Levni, Danzatrice XVIIsec
M. Palta, Guerre Stellari



M.Palta, Kill Bill









In ultimo va sottolineata la creatività e l'estro del giovane autore che riesce a conciliare mondi così diversi in una dimensione che a noi ci sembra naturale. Non è poi da escludere l'elemento comico, quasi caricaturale che rende la rielaborazione un momento divertente e di relax. Il cinema, del resto, è un'arte di intrattenimento e, grazie alle opere di Palta, anche le miniature diventano veicolo di comunicazione leggera e ci appaiono più vicine, nel tempo e nello spazio. I luoghi dei set diventano le regge dei sultani o i paesaggi della Turchia. 
Ciò che appare come un divertissment  è, in realtà, frutto di un'elaborazione mentale ed artistica molto profonda che, utilizzando anche i moderni sistemi della rete (i suoi "film bidimensionali" sono diventati un fenomeno virale), fonde linguaggi e recupera tradizioni che pongono l'artista tra due mondi. 
In questo modo l'arte diventa universale e comunica in modo limpido e chiaro le nuove frontiere storiche e morali. I personaggi che nel 1500 ottomano erano simboli e miti dei contemporanei, diventano tramite per l'esaltazione dei miti moderni e attuali che sicuramente nel cinema trovano il più diretto rappresentante della realtà. 
Credo che questa piccola mostra in un paese di provincia rappresenti una vittoria per chi, come noi sm-Art People, è alla ricerca della Cultura che non ha bisogno nè di grandi nomi nè di grandi investimenti. Si tratta della cultura di chi lavora con passione per tramandare la conoscenza.  
Il valore è nella capacità di cercare il dialogo col territorio, e il Museo Civico delle Cappuccine lo fa esaltando l'oro dei mosaici di Ravenna attraverso l'oro delle vesti dei sultani/attori. 
La bravura è nell'incuriosire il visitatore affinchè possa scoprire nuovi mondi e soprattutto capire che la Cultura è frutto di ciò che siamo stati e dell'immaginario che ci circonda e che può confrontarsi con qualunque tradizione perché non ha bisogno di scandire il tempo e rappresentare lo spazio nei soli linguaggi e costumi contemporanei. L'arte guarda a sè stessa e si rinnova nel passato, riflettendo, reinterpretando e rivalutando. 

Il comune denominatore di tutto ciò che è la trasmissione delle culture sono le persone. E in Diego Galizzi, curatore del Museo Civico di Bagnacavallo, siamo convinte di aver trovato un vero sm-Art People. Complimenti. 

Un database diagnostico per la Pinacoteca di Siena: profezie smartiane

Pinacoteca di Siena da beniculturali.it


Corre in rete la notizia che sabato al Salone dell'Arte e del Restauro di Firenze verrà presentato dalla società Art-Test Firenze un database diagnostico.. da diagnosta mi si illuminano gli occhi, sorrido: "finalmente anche il mio mondo diventa accessibile!".

Cento opere della Pinacoteca di Siena accessibili sotto forma di immagini e relative analisi! 
Pensate alle possibilità di confronto e ricerca aperte a tutti, a come una di quelle cartelle diagnostiche potrebbe aprire spiragli di ricerca e conoscenza mentre uno smartiano curioso naviga sul database della Soprintendenza per i beni storico artistici ed etnoantropologici per le province di Siena e Grosseto...

Ma i sogni ad occhi aperti si infrangono spesso troppo presto. Basta una riga sottostante.
"Il database, che viene proposto ai collezionisti e operatori pubblici e privati [...]"
Mi chiedo se io, libera cittadina, non operatore privato (penso, qualunque cosa significhi) potrò richiedere libero accesso a questi dati perché il denaro speso per queste analisi è stato prelevato anche dalle mie tasse.
Potrò giustificare la mia richiesta di accesso ai dati con una risposta sincera?  
"Vorrei leggere i dati per curiosità, perché voglio saperne di più", o sarò costretta a giustificare tutto questo con uno studio specialistico?
E ancora la domanda sul perché i dati sui Beni Culturali debbano essere così difficilmente accessibili. Perché non si parla di un database libero? L'user si registra e basta, facciamola finita così.

Porto avanti, tra mille difficoltà, un dottorato di ricerca. Solo i dottorandi, e chi ci vive a stretto contatto, sanno quali difficoltà e resistenze si incontrino nel recuperare i dati e le analisi relative ai beni che si intende studiare, figuriamoci a quelli con cui si spera di poter trovare un'analogia mentre si brancola nella ricerca di un confronto interessante e giustificato.
Perché riservatezze sul bene comune?

Perché giungere alla fine di un percorso di ricerca con lo sfinimento e la disillusione che sarebbe stato interessante aprire una possibilità di paragone in più, ma non vi era possibilità di consultare i dati se non perdendo mesi di vita?

Sarà questo uno sfogo prematuro e insensato? 
La presentazione del database avverrà il 15 novembre.

Che la profezia si sbagli.
Parla la disillusione, perdonate.

Pinacoteca di Siena da Siena Virtuale


Musei: siamo capaci di una comunicazione curiosa?



Sono stata al Pergamon Museum di Berlino, il famoso Museo di Pergamo con la ricostruzione dell'omonimo altare. Mi sono fatta portare indietro nel tempo dalla ricostruzione della porta di ingresso al mercato, dall'imponenza dell'ingresso, delle colonne erose dal tempo, dai romantici ruderi e statue, o quel che ne resta, prima di immergermi nella sala dedicata al grande altare.



Sala dell'Altare di Pergamo, Pergamon Museum, Berlino
A distanza di qualche tempo continuo a pensare a cosa mi abbia veramente colpito.
Davanti a queste sculture, vedere i bambini sul pavimento, gambe incrociate, matita in mano.

Mi ha colpito vedere delle giovani maestre portare un'intera classe di bambini al museo, farli sedere davanti alle statue muniti di un blocco da disegno, matita e penna, vederli disegnare meglio di quanto io non sappia immaginare di poter fare...

Mi stupisce vedere che qui ci sono moltissime giovani maestre e che non sembrano avere il terrore di complotti internazionali per portare la classe al museo: insomma, qui è ancora un posto sicuro.

Mi stupisce vedere che non portano i bambini al museo tenendoli ben attaccati tra loro, accompagnati da una guida che li porta velocemente tra un'opera e l'altra fino all'uscita, ma li fan sedere e star comodi davanti a queste meraviglie del passato per osservarle, disegnarle, farle proprie.

Non ho potuto fare a meno di pensare che "in Italia questo non esiste", o forse è nascosto molto bene. Vedo e sento di visite frettolose ai musei in cui anche i bambini si aspettano qualcosa di più. Spesso li obblighiamo a noiosi racconti. Forse, loro hanno solo bisogno di essere esposti al bello, di assorbirne i movimenti ed i volumi col loro sguardo attento e curioso, pronti a tesserci sopra il mito intrecciato alla loro fantasia.

Vi propongo un video i cui protagonisti sono i bambini, davanti alle opere di Matisse alla Tate Modern di Londra.
Spesso vogliamo ricondurre l'universo dei bambini al nostro, ma forse dovremmo farci contagiare dal loro, lasciarci stupire dalla bellezza, dall'arte...
Chiederete allora che i vostri bimbi vengano portati più spesso al museo?






Musei e social media: Museum Analytics


Come valutare la rilevanza online dei musei?
Uno strumento utile è Museum Analytics, una piattaforma online per la condivisione e la discussione delle informazioni relative ai musei ed al loro pubblico.
Al suo interno sono consultabili delle classifiche basate su:
- il numero di visitatori al museo
- i siti Web istituzionali più visitati
- le pagine Facebook più seguite
- i profili Twitter più seguiti
- la classifica dei musei sulla base dei precedenti dati.

Come funziona: quotidianamente i numeri di ogni museo vengono aggiornati sulla base di dati reali. I musei possono ricevere a cadenza settimanale, mensile o annuale, un report che aiuti i responsabili della comunicazione a valutare i propri piani di azione e la loro efficacia.
L'accesso ai report è però riservato ai musei inseriti nel progetto: come può allora essere per tutti uno strumento utile?
Al momento sono presenti nel progetto oltre 3.000 musei, ma come tenere in conto l'impatto che questi musei di tutto il mondo hanno quotidianamente sul Web?
Come usare questi dati?

I dati vanno incrociati ai piani di comunicazione delle istituzioni virtuose... come fare dunque?

Museum Analytics non ci da le strategie vincenti, ma degli input che dobbiamo essere in grado di interpretare:
- chi sono i musei più seguiti online?
- quali sono le loro peculiarità?
- perché le persone li seguono online?
Qui nasce il vero lavoro del social media manager. Scrivo di lavoro perché questa figura necessiterà di osservare e studiare le strategie di comunicazione di queste istituzioni, dovrà forse spaziare a casi vincenti di settori differenti. 
Elaborare questi dati e renderli informazione preziosa necessita tempo, capacità di analisi, abilità nell'interpolazione di dati, competenze comunicative, capacità di focalizzare il vero valore che si vuole comunicare.

E la curiosità di porsi delle domande:
- come comunicano le grandi istituzioni museali con gli user?
- che linguaggio usano?
- che tipo di post pubblicano?
- differenziano il loro pubblico?
- quali sono i loro obiettivi a lungo termine?
- come pianificano delle campagne orientate al Web?

Le istituzioni museali più recettive al Web si stanno dotando di figure professionali nuove e ibride che abbiano competenze sia nel settore culturale che in quello comunicativo, in grado di elaborare piani di comunicazione che mostrino l'istituzione che rappresentano come un'identità culturale chiara, forte e unitaria.

Va ricordato che i numeri consultabili su Museum Analytics non sono conclusivi della situazione generale del museo, nè dell'engament (il grado di coinvolgimento) degli utenti online.
Come usare allora questi dati?
I dati devono diventare informazione, e oso dire che le pagine più attive e che più sembrano funzionare devono essere uno spunto per una campagna di comunicazione fresca e pianificata in funzione dell'obiettivo: creare valore culturale, dare all'utente qualcosa, un'immagine, una storia, una frase, che lo accompagni per un pò e che gli faccia venire il desiderio di scoprire qualcosa di più, di scegliere come destinazione quella istituzione.
Oserei chiamare questo obiettivo "punto di partenza": una nuova storia in cui avviene finalmente l'incontro tra l'istituzione e il fruitore, e che necessita di tutt'altre attenzioni.



Bar e bookshop: così i musei rinasceranno?

Il governo sembra dare attenzione alla situazione dei musei italiani: il Presidente Letta vuole rinnovare le concessioni per i servizi aggiuntivi ai musei statali.
Su 420 siti statali si contano sulle dita di una mano quelli col ristorante, solo 13 hanno una caffetteria e solo 77 hanno un bookshop. Il pensiero dei nostri governanti è giustamente che il nostro patrimonio necessiti di attrattiva e maggiore visibilità, a partire da un’accoglienza ottimale per i visitatori.
Le reazioni sono contrastanti: c’è chi disapprova perché questo uccide l’economia degli esercizi commerciali circostanti, chi approva perché questi luoghi devono avere maggiori servizi.

E io cosa ne penso? Sono questi i miglioramenti che voglio?
Mi fermo a riflettere.
Io credo che i nostri musei possano essere più attraenti, ma tappezzarli di bar, negozi ammiccanti e lucine colorate non li rende migliori, li rende una scatola decorata: non è questo che voglio.
Chi pensa di attirare visitatori creando servizi aggiuntivi e non nuovo valore deve essere qualcuno che pensa davvero che le persone pensino al museo come ad un centro commerciale, con una logica dell'economia e del marketing superba ritenendo che gli amanti del nostro patrimonio si facciano attrarre dalla possibilità di fermarsi al bar.
Ma davvero ci credete così "poveri" e "aridi"? 
Noi cerchiamo un lavoro di riqualifica, di ricerca e di coinvolgimento.

Io vorrei che la qualità e l’attrattività del museo fossero creati al suo interno in primis, e poi nel suo contorno. Vorrei una visita memorabile, una guida appassionata, un percorso affascinante.
E successivamente non mi basterebbe più: vorrei iniziative ed eventi, vorrei novità.

Io voglio un patrimonio che brilli di luce fatta dal lavoro di persone specializzate, che creano valore attorno a ciò che custodiscono, che ne trasmettano il fascino e l’importanza (perché non buttiamo via i cocci insomma), che coinvolgano adulti e bambini, che ci facciano desiderare di tornare in quel luogo regalandoci una goccia di bellezza, emozione e stupore.


Vorrei essere coinvolta  e desiderare poi di soffermarmi alla caffetteria e passeggiare nel bookshop, contribuire al sostentamento di una rete con un giardino comune con il territorio, e per il territorio.

Affittasi opere d'arte italiane in ottimo stato (forse)

Opere d'arte in affitto... detta così sembra un'eresia per il bel paese. 
Eppure questa è una delle proposte di decreto del governo Letta, ancora da approvare.

Noi che abbiamo il David e il Colosseo ci mettiamo in vendita... siamo pazzi? 
Le Sm-art People però vi chiedono: qual'è l'alternativa per i beni "custoditi" nei depositi?
Si metta in fila davanti al parlamento chi ha la soluzione.

Affittare il nostro patrimonio ai paesi stranieri non è certo un modo per salvare la nostra economia e soprattutto la nostra noncuranza del patrimonio, ma potrebbe essere un'opportunità dai risvolti positivi. 
Riflettiamoci insieme. 
A costo zero e senza nulla togliere alle collezioni museali che raramente programmano la rotazione delle opere e che non hanno spazi (e fondi) per renderle pubbliche e/o visitabili in percorsi espositivi periodici, potremmo avere un introito da destinare ai restauri, alla conservazione e alla crescita del personale per le attività dei musei. 

Aggiungiamo poi l'enorme ritorno in immagine. Musei come il British di Londra e il Rijksmuseum di Amsterdam hanno dimostrato come rendere visibili e fruibili (online e offline) le loro collezioni abbia portato ad  un aumento di visitatori di oltre il 30% ed un coinvolgimento delle istituzioni cittadine per la valorizzazione dell'intera città: ad Amsterdam adesso si va anche solo per Cultura (!!) e si parla di marketing e rivalutazione su scala urbana!
Perché, dunque, non portare all'estero l'arte italiana, garantendole tutela, conservazione e una giusta collocazione? Il provvedimento prevede infatti dei vincoli per gli eventuali affittuari, in primis garantire alle nostre opere l'esposizione in spazi dedicati alla "cultura italiana".

Un'ultima riflessione, ancor più provocatoria: finora il destino dei depositi lo abbiamo mai considerato? 
Chi li difende da muffe, umidità, incuria, polvere? 
Chi sa effettivamente cosa c'è nei depositi? 
Esiste un archivio che li cataloga? 
Nei depositi si trova di tutto: solo dieci anni fa, al Museo Archeologico di Napoli, è stato ritrovata un'opera del Carracci tra le statue dell'epoca romana, non catalogato e lasciato lì, sul pavimento di un deposito.
E siamo pronti a denunciare e condividere lo stato di degrado di Pompei, la Reggia di Caserta, il Colosseo.. ma come proteggere tutto questo senza fondi e in tempo di crisi?

Questa allora potrebbe essere un'occasione di riscatto per una parte delle nostre opere, per avere un quadro più completo del nostro patrimonio e un modo per valorizzarlo. Si potrebbero finalmente utilizzare  competenze per catalogarlo, studiarlo e tutelarlo e potremmo avere un patrimonio in grado, in parte, di autofinanziarsi. Un patrimonio per ora percepito solo come un peso, un qualcosa di vecchio che si lusinga perché almeno per una volta, non ha subito altri tagli (Decreto del Fare, 17 giugno 2013).

Unico monito al governo (semmai qualche ministro leggerà queste parole) è quello di affidare questo lavoro, almeno in questa occasione, alle giuste competenze, a chi ha studiato per questo, preferibilmente giovani!!
E che questi soldi siano poi realmente destinati alla Cultura e al nostro patrimonio, non a rimpinzare le tasche degli  scialacquoni!

Italiani, dunque, priva di levarvi per un retorico impeto di orgoglio nazionale (soprattutto perché magari dietro l'angolo è appena crollato un cornicione di un edificio storico), riflettete sulle opportunità che un bene può offrire, senza svendersi, senza prostituirsi, ma semplicemente mettendosi in mostra per quello che è: un'opera d'arte, frutto della nostra storia, che per anni, se è stata fortunata, si è trovata imballata al buio in un deposito. 

- Copyright © sm-Art People Plot - Powered by Blogger