Cerca nel blog

Collaboratori smartiani

Labels

professioni culturali
Copyright by Adele Iasimone e Laura Solla. Powered by Blogger.

Featured Posts

Social Networks

About us

Recent Posts

Video of the Day

Flickr Images

Like us on Facebook

Most Trending

Popular Posts

Visualizzazione post con etichetta professioni culturali. Mostra tutti i post

Cari giornalisti, di Cultura consapevole si mangia



"Cari giornalisti,

dopo aver letto stamattina su uno dei principali quotidiani italiani l'ennesimo insulso articolo che esprime stupore e meraviglia perché c'è gente che fa la coda per una mostra e quindi conclude estasiato che allora 'con la cultura si mangia', dando per l'ennesima volta eco a dei vaneggiamenti senza senso, chiunque ne sia l'originario autore, vorrei precisare quanto segue:
1. Il settore culturale e creativo è uno dei più grandi dell'economia europea e mondiale. Sono ormai passati quasi dieci anni dalla pubblicazione del rapporto della commissione europea che da le cifre per il nostro continente. Non è un documento riservato, è stato ampiamente pubblicizzato. Una ricerca su Google richiede pochi secondi. Provate questa emozione qualche volta.
2. Le big four (Google, Amazon, Facebook, Apple) sono tutte aziende che producono e vendono contenuti e servizi culturali tra gli altri. Vi fa venire in mente qualcosa?
3. Dei tanti modi con cui si produce valore aggiunto attraverso la cultura, il fatturato delle mostre risulta tra i meno indicati da portare ad esempio, perché per quanto una mostra possa vendere, sarebbe difficile realizzarla senza i contributi di qualche ente erogatore. Ma non c'è niente di male in questo: per tanti settori culturali che fanno profitti, ce ne sono alcuni, come appunto quello del patrimonio e delle attività ad esso connesse, che ha logiche economiche diverse e non è fatto per produrre profitto. Ciononostante è importantissimo perché è uno dei settori che contribuisce maggiormente alla nostra formazione culturale e alla nostra identità, ed è proprio per questo che merita di ricevere finanziamenti pubblici (e privati). Ma proprio per questo, le attività connesse al patrimonio culturale dovrebbero essere guidate da criteri di qualità e scientificità, che non sono in nessun modo in contrasto con la comprensibilità e la piacevolezza, come dimostrano tante mostre importanti e appaganti per gli spettatori allestite nei musei di tutto il mondo.
4. Non è affatto vero che se la gente sopporta lunghe code per vedere una determinata mostra vuol dire che se c'è qualità la gente accorre. Ci sono mostre orribili e prive di qualunque valore conoscitivo che attirano folle e mostre belle e importanti che non vede quasi nessuno (ma anche viceversa). La capacità di attrarre pubblico, soprattutto in paesi con livelli bassissimi di partecipazione culturale come il nostro, dipende anche e soprattutto da altri fattori rispetto alla qualità, fattori che peraltro sono in modo non piccolo legati proprio ai media per cui lavorate. Proprio per questa ragione, una mostra mal progettata fa molti più danni dei benefici immediati che procura qualche stanza d'albergo e qualche tavolo di ristorante occupati in più. E al contrario, una mostra ben progettata e ben promossa può produrre effetti benefici per anni nella mente e nel cuore di chi l'ha vista ed è stato messo in condizione di comprenderla e apprezzarla.
5. Se provaste a documentarvi, sapreste che la vera differenza in termini di futuro sviluppo non la farà la piccola economia delle mostre e dei souvenir, ma la farà la partita delle tecnologie innovative legate al patrimonio, dalle tecnologie indossabili alla realtà aumentata. La farà il settore emergente del welfare culturale. La farà la cultura per la coesione sociale e per l'orientamento vocazionale. Ma a voi tutto questo non interessa, vi interessano solo le code per le mostre blockbuster, perché avete un'idea dell'economia della cultura ferma all'Ottocento e non avete la minima percezione di quel che sta accadendo davanti ai vostri occhi. Perché non capite che le nostre enormi potenzialità di sviluppo economico legate alla cultura seguono logiche completamente diverse da quelle che meccanicamente vi vengono alla mente ogni volta che sentite parlare di economia della cultura.
6. E tanto per chiudere, per l'ennesima volta: non è vero che l'Italia possiede il 50% (o 60 o 70) del patrimonio culturale mondiale: sono percentuali che anche volendo sarebbe impossibile misurare, e vi invito a chiedervi perché. Questo numerino, quale che esso sia, non è che una leggenda urbana, che fa il paio con tutte le cretinate sul petrolio dell'Italia e altre varie amenità.
So benissimo che queste righe non serviranno a niente e che da domani ricominceremo a sentire giornalisti che chiedono se con la cultura si mangia o no. Ma se siamo a questo punto un po' patetico, la colpa è anche vostra. Se continuiamo a basare i nostri ragionamenti collettivi sulla cultura su sciocchezze assortite e leggende urbane, dipende anche da voi. Provateci, almeno una volta, a scrivere di queste cose con un minimo di cognizione di causa. Non vi rendete conto di quanto potreste fare per il futuro di questo paese. "

Così scrive Pier Luigi Sacco sulla Cultura, in un post su un famoso social network e noi non abbiamo potuto fare a meno di condividerlo, non ri-condividerlo, ma stamparlo a caratteri sul nostro blog.
“Scrivere […] con un minimo di cognizione di causa. Non vi rendete conto di quanto potreste fare per il futuro di questo paese”.
Così noi ancora una volta ci schieriamo:
contro chi pensa che di Cultura non si mangia,
contro chi si occupa di comunicazione, ma non si documenta,
contro chi spettacolarizza la bellezza per una fiamma effimera,
contro chi dimentica che la cultura crea valore e che da qui arriva il ritorno economico sotto le più svariate forme.
Nel Web le notizie si trasformano: uno studio di statue in bronzo del primo Cinquecento si trasforma in una scoperta sensazionale, dei ritrovati Michelangelo! E qui si scatena il popolo del Web e si divide tra chi ci vuole credere (“Che meraviglia!”, “Solo ora ritroviamo delle opere così importanti?”) e chi sembra avere le idee ben chiare (“Bufala!”, “I dati a disposizione non mi convincono”, “Michelangelo non era artista da creare qualcosa del genere”). Poi a leggere le interviste originali si scopre il gioco di chi sensazionalizza per una manciata di “virtual fama”.Nel frattempo il settore culturale conferma il primato della specie buffoni.
Invece no.
Scrivere di Cultura con consapevolezza porterà all’economia del welfare culturale, e tanto più ci si orienterà al valore, tanto più questa crescerà. Se i professionisti saranno pronti, e i giornalisti limitati. Ma questa responsabilità è nostra. Facciamoci sentire, con educazione e consapevolezza.


foto da Web

Musei e social media: Museum Analytics


Come valutare la rilevanza online dei musei?
Uno strumento utile è Museum Analytics, una piattaforma online per la condivisione e la discussione delle informazioni relative ai musei ed al loro pubblico.
Al suo interno sono consultabili delle classifiche basate su:
- il numero di visitatori al museo
- i siti Web istituzionali più visitati
- le pagine Facebook più seguite
- i profili Twitter più seguiti
- la classifica dei musei sulla base dei precedenti dati.

Come funziona: quotidianamente i numeri di ogni museo vengono aggiornati sulla base di dati reali. I musei possono ricevere a cadenza settimanale, mensile o annuale, un report che aiuti i responsabili della comunicazione a valutare i propri piani di azione e la loro efficacia.
L'accesso ai report è però riservato ai musei inseriti nel progetto: come può allora essere per tutti uno strumento utile?
Al momento sono presenti nel progetto oltre 3.000 musei, ma come tenere in conto l'impatto che questi musei di tutto il mondo hanno quotidianamente sul Web?
Come usare questi dati?

I dati vanno incrociati ai piani di comunicazione delle istituzioni virtuose... come fare dunque?

Museum Analytics non ci da le strategie vincenti, ma degli input che dobbiamo essere in grado di interpretare:
- chi sono i musei più seguiti online?
- quali sono le loro peculiarità?
- perché le persone li seguono online?
Qui nasce il vero lavoro del social media manager. Scrivo di lavoro perché questa figura necessiterà di osservare e studiare le strategie di comunicazione di queste istituzioni, dovrà forse spaziare a casi vincenti di settori differenti. 
Elaborare questi dati e renderli informazione preziosa necessita tempo, capacità di analisi, abilità nell'interpolazione di dati, competenze comunicative, capacità di focalizzare il vero valore che si vuole comunicare.

E la curiosità di porsi delle domande:
- come comunicano le grandi istituzioni museali con gli user?
- che linguaggio usano?
- che tipo di post pubblicano?
- differenziano il loro pubblico?
- quali sono i loro obiettivi a lungo termine?
- come pianificano delle campagne orientate al Web?

Le istituzioni museali più recettive al Web si stanno dotando di figure professionali nuove e ibride che abbiano competenze sia nel settore culturale che in quello comunicativo, in grado di elaborare piani di comunicazione che mostrino l'istituzione che rappresentano come un'identità culturale chiara, forte e unitaria.

Va ricordato che i numeri consultabili su Museum Analytics non sono conclusivi della situazione generale del museo, nè dell'engament (il grado di coinvolgimento) degli utenti online.
Come usare allora questi dati?
I dati devono diventare informazione, e oso dire che le pagine più attive e che più sembrano funzionare devono essere uno spunto per una campagna di comunicazione fresca e pianificata in funzione dell'obiettivo: creare valore culturale, dare all'utente qualcosa, un'immagine, una storia, una frase, che lo accompagni per un pò e che gli faccia venire il desiderio di scoprire qualcosa di più, di scegliere come destinazione quella istituzione.
Oserei chiamare questo obiettivo "punto di partenza": una nuova storia in cui avviene finalmente l'incontro tra l'istituzione e il fruitore, e che necessita di tutt'altre attenzioni.



Riflessioni smartiane: Riconoscimento delle professioni culturali: un punto di partenza

Ieri un post condiviso su un gruppo spento di cui faccio parte ha visto passare una sarcastica cometa. Parlo di gruppo spento perché nonostante l'energia e la carica positiva per lo svolgimento di un corso in un settore teoricamente fondamentale per il nostro patrimonio (correva l'anno 2007), dopo appena sette anni dalla conclusione del corso tecnico superiore in Diagnostica applicata al restauro, sembra finalmente arrivare il riconoscimento delle professioni culturali.

Sette anni fa: il momento in cui arrancavo nei corridoi di quella università in cui non mi riconoscevo più, quei corridoi che percepivo così grigi e tristi da sentirmene appiattita.
Sette anni fa: la scoperta di un mondo affascinante e coloratamente pigmentato, dominato dalla scienza, dalle attività di laboratorio, dall'elaborazione di dati che completano il quadro di una sfera incredibile qual è quella dell'arte.
Sette anni fa: la presa di coscienza di volermi specializzare in diagnostica, il ponte che avevo invano cercato per anni tra sfera umanistica e strettamente scientifica, finalmente una possibile strada da percorrere davanti a me.
Sette anni fa: la decisione di allontanarmi dalla mia amata terra, mollare tutto e partire alla volta di un'università ed una città sconociute, con la certezza di tornare. Tornare con competenze nuove, riconosciute, professionalizzanti.
Con valigia e cuore in mano, occhi velati, partii dalla Sardegna alla volta di Ravenna, e ancora sono qui, impegnata nella costruzione di un sogno.
Allora non avrei mai pensato ad un blog dedicato alla cultura, di trovare il coraggio di espormi e scrivere in prima persona ciò che vivo e sento, svelare il mio sguardo sul mondo, vedere i miei sogni di ricerca su diversi scenari. Come una crocerossina, volgo il mio interesse alle sfere culturali in difficoltà: sette anni fa sognavo la diagnostica, ora, diagnosta a tutti gli effetti (o se volete usare il termine tecnico, Conservation Scientist) con una laurea magistrale in mano e un dottorato in corso, sogno una Cultura per tutti, una bellezza più digitale. Sogno una comunicazione ed un marketing culturale che facciano risplendere tutte le peculiarità del nostro territorio, sogno che anche questo sia riconosciuto come professione, come lavoro da retribuire. Sogno di non sentirmi più dire che non sia possibile aprire, all'interno di un ciclo di lezioni, una finestra sull'economia della Cultura. Sogno di non essere chiamata illusa, ma combattente, perché continuare a credere in ciò che faccio e impiegarci tante energie, costa sacrifici e delusioni.
Tuffo nel passato e torno nel presente, consapevole della strada percorsa, delle competenze acquisite, delle battaglie vinte e di quelle perse. Negli ultimi giorni, più volte mi sono trovata a dire che "nel bene o nel male, purtroppo in tutto questo ci credo ancora". Giustiziera di cause nobili e bistrattate, sono ancora qui, in Italia, a lottare.

Col mio viaggio continua anche quello dell'iter legislativo del Ddl n. 362, che porterà delle modifiche al Codice dei Beni Culturali in materia di professioni culturali. Il disegno di legge riconoscerà (pare) come professionisti dei beni culturali: archeologi, archivisti, bibliotecari, demoetnoantropologi, antropologi, esperti di diagnostica e di scienze e di tecnologia applicate ai beni culturale, storici dell'arte.
Gli smottamenti in questo settore stupiscono e si vestono di sospetto: troppi movimenti per un settore che non è ritenuto portante nell'economia di questo strano paese? Si tratta dello zuccherino a chi da anni lotta per il riconoscimento della propria competenza al pari di coloro che hanno un proprio albo?
Quel che è certo è che finalmente la dignità di chi si è formato con anni di studio e ricerca verrà finalmente sancita. Il paese in cui chi studia il patrimonio non è riconosciuto come professionista, è un paese privo di capacità di visione strategica. Come valorizzare la propria nazione senza conoscerne le ricchezze e l'identità culturali?
Per concludere, riconoscimento o no, nel mio piccolo mondo continuo a percepire lotte e problemi di non-comunicazione tra i diversi settori del patrimonio. Stiamo costruendo un futuro per tutti, dove la competenza di ognuno sia sinergica al lavoro degli altri professionisti? Ora la nostra visione dovrebbe spostarsi su questo: come convivere e collaborare realmente per la costruzione di un percorso lavorativo insieme.



Alcuni link:

- Copyright © sm-Art People Plot - Powered by Blogger